Scheda carburante: sanzioni pesanti per chi bara

di Davide De Giorgi

imagePer documentare la vendita di carburante il legislatore ha previsto, per ragioni di semplificazione, l’emissione, in luogo di una regolare fattura, di un documento sostitutivo, la “scheda carburante”.
La scheda carburante è utilizzabile dalle imprese e dai professionisti non solo per usufruire della detrazione Iva (limitata al 40%, salvo eccezioni), ma anche, ai fini dell’imposizione diretta per beneficiare della deducibilità del costo (con differenti percentuali:La gestione della carta carburante, strumento creato per semplificare la vita ad imprese e professionisti, può rivelarsi non priva di rischi, specialmente nel caso in cui chi la utilizza lo fa in maniera non corretta. Vediamo dunque cosa si rischia in caso di compilazione errata ed, ulteriormente, anche nel caso in cui vengano riportati rifornimenti mai effettuati. 20% regime ordinario d’impresa e professionale; 70% nel caso di auto assegnata al dipendente; 100% nel caso di bene strumentale o utilizzato per finalità pubblica).
Se la scheda carburante non è correttamente compilata (i.e. indicazione del mezzo rifornito; chilometraggio, ecc.) o se non vi è la sottoscrizione da parte dell’addetto alla distribuzione di carburante, la deducibilità del costo e la detraibilità dell’Iva sono sempre escluse (V. Corte di Cassazione, Ord. n. 8699 del 14 aprile 2014).
Ancor più pesante è la sanzione, questa volta penale, nel caso in cui l’impresa, o il professionista, indichino nella dichiarazione dei redditi dei costi fittizi supportati da schede carburante per rifornimenti mai effettuati. Questo comportamento può costare veramente molto caro. Il tema è stato sottoposto al vaglio dei Giudici della Corte di Cassazione i quali hanno avuto modo di esplicitare un importante principio di diritto.

I fatti in causa
Nel caso sottoposto al vaglio della Corte, l’Amministrazione finanziaria contestava al contribuente (nella sua qualità di legale rappresentante di una società esercente attività di servizi di pulizia), di avere indicato nella dichiarazione annuale dei redditi, elementi passivi fittizi, avvalendosi di schede carburante per rifornimenti mai effettuati.
imageSecondo la tesi difensiva, la condotta ascritta al contribuente non costituirebbe il mezzo per commettere il delitto ex art. 2, D.Lgs. del 10 marzo 2000, n. 74 ma, semmai, quello residuale ex art. 3 del citato decreto. Le differenze tra le due ipotesi non sono di poco conto. Nel primo caso il delitto si configura solo al superamento di una soglia minima dell’imposta evasa o degli elementi attivi sottratti all’imposta e il reato è configurabile esclusivamente nei confronti dei soggetti obbligati a tenere le scritture contabili.
Al contrario, nel secondo caso non è prevista una soglia di punibilità e il reato può essere commesso da qualsiasi soggetto tenuto alla dichiarazione dei redditi e dell’Iva (V. Corte di Cassazione, Sentenza n. 46785/2011).
Il difensore, con argomentazione ondivaga, riteneva applicabile la fattispecie residuale “Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici” e, chiedeva che nessuna sanzione penale fosse addebitata al suo assistito in quanto non superata la soglia di punibilità prevista.

La sentenza
Con la pronuncia resa il 6 maggio 2014, n. 18698, la Cassazione ha chiarito che l’indicazione in dichiarazione dei redditi di elementi passivi fittizi supportati da scheda carburante “falsa” integra il delitto di “Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”, e non quello meno grave e residuale di “Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici”. Nel merito, poi, la Suprema Corte ritiene “suggestiva”, ma infondata, la tesi difensiva.
imageIn punto di diritto, la Corte di cassazione ha stabilito che “(…) l’elemento differenziale tra l’ipotesi delittuosa dell’art. 2 e quella dell’art. 3 non sia costituito dal tipo di falsificazione posta in essere (se materiale o ideologica) bensì dalla natura del documento usato per commettere la frode fiscale e, più precisamente, dalla sua efficacia probatoria, vale a dire il carattere più o meno subdolo del mezzo adoperato”.
Ne consegue che, ai fini della condotta punita dall’articolo 2, deve trattarsi di “fatture o altri documenti a esse equiparati”, il cui valore probatorio discende dalla apparente affidabilità della documentazione contabile corrispondente allo schema normativo; invece, per la ricorrenza del reato di cui all’articolo 3, bastano una “falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie” e il fatto di avvalersi di mezzi fraudolenti, idonei a ostacolarne l’accertamento.

Conclusioni
In applicazione del principio di diritto espresso, e in considerazione del fatto che le schede carburante sono state introdotte per motivi di semplificazione ma sono comunque equiparate alle fatture, la Suprema Corte ha ritenuto non fondata l’argomentazione difensiva e ha stabilito la fondatezza dell’accertamento effettuato dall’Amministrazione finanziaria. Ma vi è di più. A seguire la tesi difensiva, la direzione sarebbe addirittura opposta e porterebbe alla contestabilità di entrambe le fattispecie delittuose.
Infine si segnala un’altra interessante pronuncia nella quale è stato affermato che integra il delitto di “Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti” il contribuente che utilizza schede carburante “aumentate nell’importo” (V. Corte di Cassazione, sentenza n. 912/2012).