Quando finirà la crisi?


La crisi economica che il mondo sta vivendo non è cominciata con la vicenda Lehman-Brothers, ma all’inizio del 2008.

Con il collasso di Lehman-Brothers la situazione è precipitata. Un’ondata di panico sconvolse il mondo e anche le aziende che poco avevano da temere dalla crisi vararono una politica di lacrime e sangue che allargò la voragine che si stava aprendo. Capitani che avevano costruito la loro immagine sulla spavalderia e sul coraggio si affrettarono a mettersi al sicuro, abbandonando marinai e passeggeri alla furia del mare. Se fossero stati ufficiali in comando in una guerra in cui la parola onore non avesse già perso significato sarebbero stati fucilati nella schiena per viltà davanti al nemico. In effetti non è andata così e il calo del prodotto interno lordo in Italia è stato di ben il 6,8%.

Una grande voragine
Una contrazione enorme che si è prodotta tra la primavera del 2008 e quella dell’anno successivo. La ripresa è iniziata infatti nel terzo trimestre 2009 ,ma il tasso di crescita è molto modesto. Dal terzo trimestre 2009 al terzo 2010, cioè in ben cinque trimestri sono stati recuperati soltanto 1,4 punti percentuali. Il calo da colmare per tornare ai livelli dell’inizio del 2008 è dunque ancora di 5,4 punti percentuali.
Questi dati si riferiscono all’Italia. Il quadro europeo è lievemente migliore, ma fuori dall’Europa le cose sono andate in maniera diversa. Nei paesi emersi di recente dal sottosviluppo e in particolare in quello del BRIC la “crisi” globale è stata appena avvertita, negli altri il recupero procede meno velocemente e con ritmi differenziati ma è comunque più robusto di quello europeo.

Quanto durerà?
La domanda che tutti si pongono per quanto riguarda il mondo ad economia matura è: quanto durerà la crisi? Il ricordo va immediatamente al 1929. Le analogie con la situazione che allora si creò sono molte, ma vi sono anche importanti differenze. La crisi del ’29 durò sostanzialmente per tutti gli anni ’30. Le ricette che vennero adottate per superarla puntarono sull’aumento della spesa pubblica e su una certa ridistribuzione di ricchezza a favore dei consumatori. Vi furono dure resistenze, ma alla fine la ragione prevalse. E’ quello che servirebbe forse anche oggi. Non a caso la politica che il presidente Obama vorrebbe portare avanti e porta avanti quando è sufficientemente forte per farlo è basata sull’espansione della spesa pubblica e vorrebbe essere basata anche su nuove regole per la finanza e su una ridistribuzione della ricchezza da attuarsi attraverso una riforma fiscale che desse più soldi alla gente che possiede meno e che costituisce la stragrande maggioranza di coloro che acquistano beni di consumo durevoli e non durevoli. È quello che si dovrebbe fare in Europa e anche in Italia, ma, da un lato, i signori della BCE continuano ad essere più attenti al cambio dell’euro che allo sviluppo dell’economia reale e, dall’altro, di riforma fiscale volta a ridistribuire parte della ricchezza neppure si parla, mentre l’idea di tagliare le unghie alla finanza è considerata una bestemmia e quindi la prospettiva è che la voragine scavata dalla crisi venga colmata con grande lentezza.
Ma, dicevamo, ci sono nella situazione attuale anche notevoli differenze rispetto alla crisi del ’29. Quella più macroscopica è l’esistenza accanto al vecchio mondo occidentale di una nuova realtà costituita da paesi estremamente dinamici che hanno superato la crisi d’un balzo e sono in piena crescita. Le necessità delle loro impetuose fasi di sviluppo e la loro presenza sui mercati potrebbero cambiare le carte in tavola e offrire opportunità in grado, se non di trasformare in lepri le lumache europee, quanto meno di svegliarle dal loro torpore. D’altra parte nella storia dello sviluppo economico è successo spesso che una crisi iniziasse senza che nessuno l’avesse prevista ed è successo talvolta che una crisi finisse improvvisamente con grande sorpresa dei più paludati istituti di ricerca e dei guru dell’economia.

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