Paul Bowles: il deserto e la solitudine

di Edmund White

In un saggio sul Sahara, Battesimo di solitudine, Paul Bowles ci racconta molte cose interessanti sulle città oasi (in cui la fertilità delle piante coltivate è importantissima e gli uccelli sono odiati in quanto predatori di semi) e sui Tuareg, la tribù che vive nel deserto e il cui nome in arabo significa “anime perse”, anche se i Tuareg preferiscono definirsi “uomini liberi”. Ma ciò che Bowles (del quale lo scorso dicembre si sono ricordati i cento anni dalla nascita) apprezza nel deserto più di tutto il resto è la sua solitudine assoluta. «Perché andarci?» si chiede.

 La risposta è che quando un uomo è stato là e si è sottoposto a quel battesimo di solitudine non può più farne a meno. Una volta che qualcuno è stato sotto l’incantesimo della vasta, luminosa, silenziosa regione nessun altro posto può sembrargli altrettanto potente, nessun altro scenario può offrirgli la sensazione estremamente gratificante di trovarsi nel mezzo di qualcosa di assoluto. Tornerà lì di nuovo, per quanto alto sia il costo in termini di comfort o di denaro, perché l’assoluto non ha prezzo. Come Bowles suggerisce nel suo romanzo Il tè nel deserto (1949), la solitudine assoluta del deserto può esercitare una forte attrazione, ma tale magnetismo non è necessariamente salutare. Nel libro due giovani americani, Kit e suo marito Port, si avventurano nel cuore del deserto, nonostante l’uomo sia gravemente malato e destinato a morire presto. Nel momento in cui raggiungono finalmente un avamposto remoto Kit osserva che laggiù non rimaneva «alcun segno visibile dell’influsso europeo, così che la scena aveva una purezza che nelle città era mancata, un’inaspettata nota di completezza che dissipava la sensazione di caos». Qui Port muore e Kit inizia il suo lento processo di degradazione e autodistruzione. La “purezza” è la caratteristica dei personaggi di Bowles, ma è una purezza che li conduce alla rovina. Bowles abbracciò il deserto come un santo cristiano abbraccia il proprio martirio. La sua abnegazione e il suo amore della cultura tradizionale lo hanno reso uno dei più fini osservatori delle altre civiltà che l’America ha avuto. A differenza di alcuni suoi connazionali egli non si impegnava presuntuosamente per migliorare il resto del mondo. Secondo Bowles, il processo di americanizzazione era il problema, non la soluzione. Nonostante fosse un’opera prima il tè nel deserto si legge come il lavoro di uno scrittore esperto. Bowles era prossimo ai quarant’anni quando lo scrisse; aveva vissuto a lungo in un ambiente sofisticato e aveva fatto un attento lavoro di editing per il pregevole romanzo Due signore perbene (Bollati Boringhieri, 1989) di sua moglie Jane Bowles. Il tè nel deserto non ha nulla dell’insicurezza o dell’acerbità di un lavoro giovanile. È anche sorprendentemente efficace da un punto di vista tecnico. I romanzi necessitano di incipit differenti rispetto ai racconti; un romanzo ha bisogno di un attacco che sia convincente, accattivante, ma non troppo incisivo e nemmeno troppo rivelatore. Il tè nel deserto si apre con una narrazione che ondeggia tra il punto di vista di Port e quello di Kit senza rivelare troppo di entrambi i personaggi. E in poche pagine riesce a evocare l’atmosfera malfamata e minacciosa di un porto nordafricano. Subito dopo la scena si sposta sulla terrazza del caffè d’Eckmühl-Noiseux (il nome tedesco-francese in un paese arabo fa pensare alla confusione generale del colonialismo) in cui tre americani – due uomini e una «ragazza» (come Bowles la definisce) – sono osservati da una certa distanza. Uno degli uomini sta guardando una mappa. Poi di punto in bianco siamo resi partecipi del fatto che le mappe annoiano Kit mentre affascinano Port. I due sono sposati da dodici anni e sono costantemente in movimento. Quando non viaggiano le mappe continuano ad attirare l’uomo. Ora sono nel Nordafrica con un bagaglio ingente. Passiamo poi dall’accesso ai pensieri di Kit a una sua osservazione compiuta dall’esterno: «Una volta visti gli occhi, era come se il resto del volto diventasse sempre più vago e quando, in seguito, si tentava di richiamare alla mente la sua immagine restava soltanto la penetrante, inquisitiva aggressività di quei grandi occhi». Un fedele seguace di Henry James potrebbe avere obiezioni su tutti questi cambi di prospettiva, ma in effetti essi forniscono una forte sensazione dell’interiorità e dell’esteriorità di Kit e di Port. Per noi è importante essere a conoscenza del fatto che Kit è leggermente folle e l’ immagine imparziale dei suoi occhi e della loro “aggressività” ci fornisce il primo indizio.

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