Le accise pesano per 72 cent sul prezzo della benzina

di Giorgio Costa

Promettere è facile, mantenere un’altra cosa. E poi pensare di finanziare ancora la guerra in Abissinia (cosa tecnicamente non vera, come vedremo) fa sempre una certa presa. Forse chi fa il pieno di carburante (e per le flotte il pieno vale circa il 25% del costo del parco auto) ci aveva fatto un pensierino, ma alla luce dei fatti è meglio pensare che il taglio sulle accise promesso dal governo in piena estate fosse, appunto, una delle tante promesse.

I numeri ci aiutano a capire perché nessuno farà mai nulla, salvo alzare altre imposte a gettito sicuro e immediato come le accise. L’accisa sui prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi – nome tecnico per indicare la cosiddetta “accisa sui carburanti” – ha garantito nel 2017 un incasso di 25,7 miliardi di euro (più Iva) e nei primi sei mesi del 2018 sono stati incassati 11 miliardi di euro. Per dare una dimensione quantitativa e di comparazione, il capitolo accise vale 14 volte e mezzo il canone Rai, che nel 2017 ha assicurato alle casse pubbliche 1,8 miliardi di proventi, grazie anche alla fatturazione in bolletta.

Benzina superstar del prelievo

Dal primo gennaio del 2013 il valore dell’accisa sui prodotti energetici è fermo: l’addizionale sulla benzina è di 0,728 euro al litro, la più cara. Si versano poi 61 centesimi al litro per il gasolio, 14 centesimi per il Gpl e 40 centesimi per il gasolio da riscaldamento. L’impatto è rilevante: ad agosto 2018, per esempio, per un litro di benzina si dovevano sborsare (prezzo medio) 1,629 euro, anche se il prodotto industriale costava solo 607 centesimi di euro. Quindi, 1,022 euro vanno in tasse. Alle accise, inoltre, bisogna sempre aggiungere il 22% di Iva, ossia 0,294 a litro per la benzina, 0,272 per il gasolio e così via. Se non ci fossero le imposte un pieno da 60 euro in Italia costerebbe circa 25 euro, con un risparmio del 60%.

L’unificazione dei tributi

Unica consolazione è che, almeno dal punto di vista tecnico, non è più vero che con le accise si finanziano guerre lontane o terremoti vicini (si partiva dal 1935 con la guerra d’Abissinia per poi passare al 1956, crisi di Suez, 1963 con il disastro del Vajont, al 1966 con l’alluvione di Firenze, al 1968 con il terremoto del Belice, al 1976 con il terremoto del Friuli, al 1980 con il terremoto dell’Irpinia, al 1983 con la missione in Libano, al 1996 con la missione in Bosnia, al 2004 con il contratto autoferrotranvieri, al 2005 con l’acquisto bus ecologici, al 2011 con il finanziamento cultura, l’emergenza immigrati e il decreto Salva Italia; al 2012 con il terremoto in Emilia- Romagna). Infatti, dal 1995 il governo Dini ha riunificato tutti gli aumenti storici eliminando le non più valide motivazioni e per quelli che sono continuati a venire dopo, le accise varate nel nuovo millennio sono state rese “strutturali” dalla legge di stabilità del 2013 e vanno a favore di un unico capitolo di spesa generale e senza vincoli. 

Piccoli aumenti ma grandi introiti

Le accise costituiscono per lo Stato un importante strumento finanziario poiché piccole variazioni delle aliquote garantiscono un nuovo e maggiore gettito a brevissima scadenza, il tempo di un pieno, appunto, senza modelli, dichiarazioni o verifiche. Ora le accise sui carburanti sono state stabilizzate e sarà difficile schiodarsi (al ribasso) da lì. In via del tutto teorica, l’esecutivo potrebbe infatti tagliare su due piedi la tassa e alleggerire in un colpo il costo del pieno ma le clausole di salvaguardia piazzate nei conti dai precedenti governi impongono poi di trovare le coperture. Per questa legge di Bilancio non se ne parla ed è facile immaginare che non se ne parlerà mai più. Decidere di tagliare il tributo sul pieno imporrebbe un ulteriore ritocco di bilancio. Davvero complicato.