L’autotrasporto guarda oltre la crisi

di Vincenzo Conte

imageParlare di una flotta di veicoli, oggi, può far riferimento a due esperienze nettamente distinte ma allo stesso tempo legate da qualche punto in comune: da un lato vi sono le flotte di auto aziendali,Sebbene stia attraversando una fase critica, l’autotrasporto di merci resta un settore vitale ed estremamente importante per l’economia italiana. I protagonisti (sia gli attori istituzionali sia i gestori di flotte di autocarri) hanno le idee chiare su come creare le premesse per un futuro migliore ed anche su come, sin da oggi, si può affrontare la crisi la cui gestione è oggetto di usuale approfondimento in questa rivista, e dall’altro lato vi sono le flotte di autocarri che, nel nostro Paese, effettuano la maggior parte dei trasporti di merci. “Il settore del trasporto su strada movimenta l’80% dell’economia del nostro Paese – dice Daniel Gainza, direttore commerciale CVT di Continental Italia. Certamente tutti noi che facciamo parte di questo settore abbiamo quindi una grande responsabilità nel migliorare l’impatto sociale e ambientale, la sicurezza ed il comfort di tutti gli utilizzatori della strada”.

Le flotte di autocarri possono far parte di una impresa che eserciti una qualsiasi attività economica o appartenere ad una società di trasporto, o ad un padroncino, e devono essere gestite secondo logiche che non sono lontane da quelle utilizzate per gestire una flotta di autovetture aziendali. Per questo abbiamo pensato di dedicare uno spazio, all’interno di Auto Aziendali Magazine, anche a chi si occupa di gestire flotte di autocarri ed al settore dell’autotrasporto in generale, evidenziando le problematiche attraversate da questo settore e mettendo in rilievo le opinioni dei protagonisti sul campo, e quindi di chi si occupa in prima persona di gestire una flotta di autocarri.

imageUn momento difficile
E’ inutile girarci intorno: l’autotrasporto, come tutta l’economia italiana, sta attraversando un momento difficile. Molte sono le aziende in difficoltà e quelle che hanno chiuso i battenti negli ultimi anni. Secondo i dati elaborati dalla Camera di Commercio di Monza e Brianza dal 2009 al 2011 nel nostro Paese le imprese artigiane attive nel trasporto merci (i cosiddetti padroncini) sono diminuite dell’8,9%, il che equivale ad una perdita di circa 7mila aziende; il giro di affari delle piccole imprese di trasporto vale oggi 46 miliardi di euro e si è ridotto in due anni del 19%. Se poi consideriamo i dati sulle immatricolazioni di nuovi autocarri la situazione non è certo migliore: secondo i dati Acea resi noti dal Centro Ricerche Continental Autocarro, nei primi quattro mesi dell’anno nel nostro Paese le immatricolazioni di autocarri con portata superiore a 16 tonnellate sono calate del 23,8% rispetto allo stesso periodo del 2011. Andando poi a considerare il volume di chilometri percorsi dagli autocarri sulle autostrade italiane negli ultimi anni (dato diffuso da Aiscat, Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori) si vede come il picco massimo sia stato raggiunto nel 2007, quando i chilometri percorsi dagli autocarri sono stati 20,22 miliardi; da allora vi è stato un primo calo nel 2008 e poi un ulteriore calo, ancora più sostenuto, nel 2009. Pur con il lieve recupero nel 2010 i dati del 2011 (18,75 miliardi di chilometri percorsi) sono ancora lontani dal livello raggiunto nel 2007.

Interventi possibili
Come si vede, quindi, una mole di informazioni conferma che l’autotrasporto in Italia non gode di buona salute. “La situazione della categoria degli autotrasportatori – dice Francesco Del Boca, presidente di Unatras (il coordinamento delle associazioni che rappresentano l’autotrasporto) – è drammatica. Negli ultimi tre anni c’è stata una diminuzione dei servizi di trasporto del 30%. Con l’apertura delle frontiere ad est e la possibilità per le grandi aziende italiane di delocalizzare all’estero, poi, si è venuta a creare una concorrenza spietata, spesso anche sleale, per gli autotrasportatori italiani. Tutto questo ha portato ad una moria di aziende di trasporto di piccole, medie e grandi dimensioni: negli ultimi due anni hanno chiuso circa 5-6.000 aziende”.

La ricetta per la ripresa passa necessariamente per una risalita dell’economia in generale, che porterebbe i suoi benefici effetti su molti settori, incluso l’autotrasporto. Ma ci sono anche altri interventi che potrebbero apportare benefici per risollevare l’autotrasporto nel nostro Paese. “Abbiamo due suggerimenti – continua Del Boca -. Il primo è quello di adeguarsi alla tendenza europea della grande industria che vende i propri prodotti franco destino (e cioè includendo nel prezzo del prodotto anche il trasporto), ed utilizza proprie flotte di autotrasporto. In Italia, contrariamente al resto d’Europa, si vende franco fabbrica (e cioè lasciando agli acquirenti la possibilità di organizzare il trasporto); questo, naturalmente, va a discapito del settore del trasporto italiano. Il secondo suggerimento è di far crescere la rete infrastrutturale italiana; questo perché l’Italia ha la fortuna, tramite il Canale di Suez, di vedersi passare vicino tutte le materie prime ed i semilavorati che vengono dal sud est asiatico; spesso, per mancanza di infrastrutture adeguate (strade e linee ferroviarie) le navi che trasportano questi prodotti escono dallo Stretto di Gibilterra e vanno ad approdare nei grandi porti olandesi e tedeschi. Sarebbe importante riuscire ad intercettare il grande flusso di merci garantito dall’approdo di queste navi sul nostro territorio; d’altra parte anche per chi organizza questi trasporti intercontinentali ci sarebbe grande convenienza a fermarsi in Italia, perché si potrebbero ottenere sostanziali risparmi (sette giornate di viaggio in meno) e si potrebbe arrivare a destinazione almeno tre o quattro giorni prima. Queste sono le cose importanti che permetterebbero all’Italia di recuperare un po’ di terreno nel settore dell’autotrasporto, che resta, in ogni caso, molto importante per l’economia italiana, soprattutto se si pensa che trasporto e logistica rappresentano il 12% del Pil del Paese”.

imageEccesso di burocrazia e tariffe
“La crisi economica scoppiata nel 2009 – dice Maria Teresa Faresin, dell’azienda Fratelli Faresin Autotrasporti e presidente provinciale autotrasportatori artigiani di Vicenza e regionale del Veneto – sta facendo sentire i suoi effetti ancora oggi, in particolare per quel che riguarda la mancanza di lavoro per le aziende di autotrasporto. Non basta, però, la crisi economica a spiegare lo stato in cui versa l’autotrasporto in Italia; tra le maggiori difficoltà che chi gestisce una flotta di autocarri si trova a dover fronteggiare c’è sicuramente un eccesso di burocrazia, che porta via molto tempo e risorse”. “La nostra – continua Faresin – è un’azienda medio piccola, con 10 mezzi ed una ventina di semirimorchi. Per ovviare allo stato di crisi negli ultimi anni abbiamo cercato di diversificare la natura delle merci che trasportiamo: prima facevamo per il 90% trasporto di carburanti; adesso con lo stesso trattore stradale facciamo anche altri tipi di trasporto (con lo stesso trattore cioè agganciamo più semirimorchi; non nello stesso tempo, ovviamente, ma in base alle richieste che abbiamo dai nostri clienti)”. “La problematica principale alla base della crisi dell’autotrasporto– fa notare Stefano Domeniconi, presidente del consiglio di amministrazione di Antoniacci Trasporti srl – è quella che le tariffe che riusciamo a spuntare per il trasporto delle merci sono basse in confronto alla lievitazione costante dei costi di gestione di una flotta di autocarri. A questa situazione contribuisce, e non poco, il costo del carburante. Anche se le accise ci vengono rimborsate il costo del gasolio resta comunque alto. Due anni fa noi compravano gasolio all’ingrosso ad un prezzo inferiore all’euro al litro, adesso lo paghiamo 1,32 – 1,36 euro al litro: questo significa un aggravio di costi considerevole, visto che il gasolio rappresenta il 30% delle spese sostenute da un’azienda di trasporto. Anche il costo del personale viaggiante è molto alto, in confronto a quello dei nostri competitori stranieri (nei paesi dell’Europa orientale il costo degli autisti è di un terzo rispetto a quello delle aziende italiane)”.

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