La manovra del Governo penalizza ancora l’auto

di Antonio Cernicchiaro
Direttore relazioni istituzionali di Unrae

 La stretta del Governo sul mondo dell’automobile per quanto riguarda il prelievo fiscale non accenna a diminuire. Soltanto negli ultimi tempi, senza voler tornare su argomenti sui quali ci siamo già soffermati su “Auto Aziendali Magazine” – come per esempio il disallineamento delle norme fiscali italiane sulle auto delle aziende rispetto a quelle europee – sono state introdotte misure che hanno ulteriormente appesantito la pressione sulle aziende e sugli automobilisti.

 RCAuto e superbollo
In tal senso, si possono citare l’imposta sulla RCAuto, che è passata dal 12,5% al 16% ed è stata applicata da almeno la metà delle Province italiane, nonché il “superbollo” sui veicoli di elevata potenza, in particolare oltre i 225 kW. Su questi ultimi, la scure fiscale provocherà un forte aggravio economico, considerato che per ogni kW oltre il limite sopra indicato si dovranno versare 10 euro aggiuntivi, che porteranno gli automobilisti proprietari di questi veicoli a versare cifre che non erano state previste al momento dell’acquisto. In attesa che il Ministero dell’Economia e delle Finanze emani il Decreto attuativo del “superbollo”, per stabilire modalità e criteri di riscossione, il Governo nella recente “manovra correttiva di Ferragosto” ha pensato bene di intervenire negativamente ancora una volta sulla fiscalità sull’auto.A pagare il conto della manovra è, ancora una volta, il settore automobilistico. Dopo RCAuto e superbollo arrivano ulteriori misure che penalizzano il comparto automotive, che è molto importante per la crescita economica del nostro Paese. In questo articolo il punto della situazione sul giro di vite per l’auto

 Le misure
La prima misura di rilievo della manovra di ferragosto riguarda il passaggio dell’attuale regime dell’IPT dalla tariffa fissa (150,81 euro per gli atti soggetti ad Iva, vale a dire per quelli effettuati presso i Concessionari e i commercianti di auto, in pratica per tutti i veicoli nuovi e per il 50% di quelli usati) a quella variabile, senza passare attraverso il Decreto attuativo del Decreto Legislativo n. 68/2011, che in qualche modo, attraverso la concertazione con le maggiori Organizzazioni del settore, avrebbe previsto una formulazione in linea con le esigenze del Ministero dell’Economia e delle Finanze, delle Province, ma anche con le obiettive dinamiche del mercato a tutela degli stessi automobilisti.

La formulazione stabilita dall’art. 1, comma 12, del Decreto-Legge n. 138/2011 produrrà un aumento di gettito di circa il 50%, portando gli attuali 900.000 euro, per le sole autovetture, a circa 1,4 milioni di euro. In più, oltre al danno economico, la beffa, considerato che la norma si applicherà alle sole Province delle Regioni a Statuto ordinario, con un’evidente discriminazione tra cittadini in base alla loro residenza.

 Questioni operative
Si possono immaginare, inoltre, le problematiche operative del settore per l’introduzione delle nuove tariffe, non solo per gli aspetti amministrativi e fiscali, ma anche per quelli organizzativi. Non sono da trascurare, poi, gli aspetti attinenti ai rapporti con la clientela, che, se ha già ordinato e saldato il veicolo, in molti casi dovrà rimettere mano al portafoglio per coprire la differenza di costo dell’IPT. Certamente, il momento di crisi che il nostro Paese sta attraversando è molto profondo e il programma del Governo di anticipare al 2013 l’equilibrio del rapporto tra deficit pubblico e PIL non può che essere condiviso e sostenuto. Resta però il fatto che il settore automotive è da sempre considerato trainante per la nostra economia e deprimerlo con misure che indeboliscono un mercato già in gravi difficoltà non fa che ridurre le stesse capacità di gettito che questo settore ha sempre assicurato. In particolare, dal 2008 ad oggi, per la crisi del mercato, lo Stato ha già incassato due miliardi di Iva in meno e questo trend potrebbe proseguire, soprattutto se la leva fiscale continuerà ad essere utilizzata con la stessa perseveranza finora dimostrata. Da ultimo, nella “manovra correttiva”, dopo una serie di batti e ribatti, è stato introdotto l’aumento dell’Iva ordinaria dal 20% al 21%, che colpisce ovviamente tutti i prodotti e i servizi ai quali si applica. Sicuramente, quest’ulteriore inasprimento fiscale non farà bene al settore automobilistico, che già sconta il calo di fiducia delle famiglie e delle decisioni di acquisto di beni durevoli. Non è con misure estemporanee e indirizzate solo ad incrementare il gettito dell’Erario che riusciremo ad uscire effettivamente dalla crisi. Per quanto la situazione di emergenza richieda misure urgenti e, magari, impopolari, sarebbe forse necessario un maggiore approfondimento per studiare una consistente riforma fiscale del settore automobilistico, con la quale modulare gli interventi nell’interesse degli automobilisti, della salvaguardia ambientale e, perché no, delle dinamiche del mercato.

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