Correre con la palla al piede

di Antonio Cernicchiaro – Direttore Relazioni Istituzionali di Unrae

Tra i temi di maggior interesse per valutare la situazione e le prospettive dell’approccio alla mobilità delle aziende, si deve certamente annoverare la fiscalità sull’auto, considerato che tale disciplina in Italia contiene alcune peculiarità, purtroppo negative, che la contraddistinguono dalle disposizioni dei principali Paesi europei.

La fiscalità in Italia

Senza entrare nel merito del “bollo” e, soprattutto, dell’IPT (una vera esclusiva nazionale), si può affermare con assoluta certezza che la fiscalità applicata in Italia sulle auto aziendali non trova facili paragoni in altre realtà europee. Il trattamento fiscale dell’auto aziendale in Italia è il più penalizzante in Europa. Ne consegue una minore diffusione delle auto nelle flotte e un maggiore costo della mobilità per le aziende italiane. Da tempo si parla di una radicale riforma del trattamento fiscale dell’auto aziendale, per la quale forse i tempi non sono maturi. Alcuni provvedimenti dovrebbero però esser approvati subito.La tabella, meglio di qualsiasi commento, testimonia le differenze fra Italia e il resto d’Europa, differenze che riguardano sia le imposte sui redditi (ammortamenti) che l’applicazione dell’IVA, sottolineando, per esempio, che in Italia la quota ammortizzabile per un’impresa è del 40% su un tetto massimo di 18.076 euro, mentre in ambito UE è del 100%, ed in alcuni casi (Germania e Spagna) senza alcun limite di deducibilità.

Il quadro normativo
Il quadro normativo di riferimento si ripercuote direttamente in modo negativo sul mercato dell’auto aziendale in Italia, che – di conseguenza – si trova in condizioni di gravi difficoltà strutturali, risultando sottodimensionato rispetto agli altri principali Paesi europei. Il peso fiscale, infatti, incide in maniera sensibile sul mercato dell’auto aziendale, comprimendo notevolmente le potenzialità del settore, che in Italia vale decisamente meno che negli altri Paesi europei.
Certo questa situazione è una forte penalizzazione per lo sviluppo del mercato automobilistico italiano, ma le conseguenze negative non sono soltanto per il settore automotive e per le aziende italiane. La forte pressione del fisco sull’auto aziendale determina infatti un maggior costo per la mobilità che incide anche sulla competitività a livello internazionale delle nostre aziende, e quindi su quella del Paese, che particolarmente in questa fase dell’economia avrebbe bisogno  di essere rilanciata anche con una serie di misure che rendano più efficiente e meno costosa la mobilità.

Modifiche da attuare
Un intervento deciso ed adeguato sulla fiscalità sull’auto aziendale, allineando il trattamento italiano alla media europea determinerebbe, secondo una stima del Centro Studi Unrae, almeno 100.000 immatricolazioni aggiuntive all’anno, contribuendo a rilanciare un segmento che costituisce un volano per l’intero sistema Paese. Per raggiungere tale obiettivo, dovrebbero essere modificate alcune attuali disposizioni, che si possono così riepilogare: innalzare la quota ammortizzabile dal 40% al 100%; innalzare il tetto deducibile dagli attuali 18.076 euro (valore fermo ormai dal 1997) a 25.823 euro (il che corrisponderebbe ad applicare la rivalutazione Istat  del 33,3%); ripristinare la possibilità di anticipare gli ammortamenti da 4 a 2 anni (per le autovetture) e da 5 a 3 anni (per i veicoli commerciali); aumentare la detraibilità Iva dall’attuale 40% al 50%.
Quelle indicate sono le misure proposte dall’Unrae che se approvate darebbero un grande contributo al settore dell’auto aziendale e costituirebbero un segnale di disponibilità per affrontare una situazione insostenibile non solo e non tanto per il mercato dell’auto, ma anche e soprattutto, come abbiamo già accennato, perché reca forte pregiudizio alla competitività delle aziende italiane che devono confrontarsi sul piano internazionale con concorrenti che hanno costi di mobilità più bassi in quanto meno appesantiti da oneri fiscali.

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