Chi era veramente Steve Jobs

di Sue Halpen

imageA poche ore dalla morte di Steve Jobs – il numero uno della Apple – la gente ha cominciato a comparire davanti agli Apple Store portando fiori, candele e messaggi di lutto e di gratitudine, che hanno trasformato questi esercizi commerciali in sacrari. È stato un tributo che poco si addice all’uomo che nel 1976 ha creato la Apple nel garage dei genitori e che l’ha fatta crescere sino a farla diventare, non più tardi dello scorso agosto, l’azienda che vale di più al mondo, una società che dispone di più liquidità del ministero del Tesoro degli Stati Uniti.

In quale posto migliore deporre una corona se non davanti a un luogo che è stato esso stesso costruito come un tempio dei prodotti Apple, le cui scale di vetro e i pavimenti in pietra serena toscana esprimevano perfettamente l’estetica di Jobs, il «massimo effetto attraverso il minimalismo». E perché non piangere pubblicamente l’uomo che ci ha dato gli oggetti più trendy: l’iPod, l’iPhone, l’iPad e i computer più user friendly e belli da vedere? A quanto scriveva l’esperto di branding Martin Lindstrom sul ‘The New York Times’ appena una settimana prima della morte di Jobs, quando una persona sente lo squillo del suo iPhone si attiva la corteccia insulare del cervello, il luogo dove sono registrate le emozioni e i sentimenti di amore. Se ciò è vero, allora il sillogismo amo ogni cosa del mio iPhone, Steve Jobs ha creato questo iPhone, allora io amo Steve Jobs, per quanto fallace, ha una sua ragione d’essere emozionale e ci fa capire perché un numero così grande di persone si è commosso più che superficialmente alla sua scomparsa. Quando è morto lo scorso ottobre, a cinquantasei anni, Jobs era un’icona, come lo erano il logo della Apple o l’iPod o gli stessi originali computer Macintosh. Conosciuto per il suo look in jeans e dolcevita nera, l’uomo di Cupertino era il marketing di se stesso e, per estensione, della sua azienda. Il messaggio era semplice: io non sono una persona formale e conformista, e noi non creiamo prodotti per questo tipo di gente. Negli Stati Uniti amano i loro eroi dell’industria, e infatti ancora pochi anni fa i libri sull’ex presidente della General Electric Jack Welch, sul guru della finanza Warren Buffett e su Lee Jacocca, già presidente della Chrysler,Per gentile concessione della rivista multimediale di cultura “451”, pubblichiamo la prima parte dell’articolo di Sue Halpen sul numero uno della Apple. Il testo integrale dell’articolo, uscito a maggio 2012, è disponibile all’indirizzo www.451online.it troneggiavano nelle classifiche. Ma in quel paese amano celebrare anche i loro cittadini iconoclasti, le persone che vanno contro il sistema e che lo trasformano a propria immagine. Come chiarisce la biografia tempestiva di Walter Isaascson, Jobs aspirò a essere entrambe le cose, e visse come se non vi fossero contraddizioni tra il pensiero aziendale e quello della controcultura, e tutto questo, insieme alle macchine seducenti e al software innovativo che egli ci ha tramandato, è alla radice della fascinazione che il pubblico prova nei suoi confronti. La biografia di Isaacson – poco più dell’elenco completo dei passi in avanti e di quelli falsi di Jobs, da arrogante e mediocre ingegnere che l’Atari aveva relegato al turno di notte a causa della sua scarsa igiene, a una delle persone più celebrate al mondo, a cui è riconosciuto quasi universalmente la sua rivoluzione nel mondo dei personal computer, della distribuzione musicale e dei telefoni cellulari – si distingue dalle altre biografie di Jobs in virtù del rapporto che l’autore aveva instaurato con il protagonista. È un libro che lo stesso Jobs aveva richiesto, contattando Isaacson poco tempo dopo che gli era stato diagnosticato il tumore. Gli avrebbe chiesto di scrivere la biografia affinché – così disse il guru della Apple – dopo la sua morte, i figli avrebbero saputo meglio chi era stato. Jobs si era messo a completa disposizione dell’autore e gli aveva garantito il pieno accesso alla sua persona e alla sua famiglia, senza interferenze né un controllo redazionale esplicito. Com’è stato ampiamente riportato nella frenesia dell’uscita del libro, Isaascson, che all’epoca era all’oscuro della diagnosi fatta a Jobs, era riluttante. Cinque anni dopo, quando Jobs ha lasciato per la seconda volta l’azienda, stavolta per motivi di salute, su insistenza del numero uno di Cupertino e della moglie, Isaacson si è imbarcato nel progetto. Dopo due anni, quaranta interviste con il protagonista e seicento pagine, il libro è andato in stampa: due settimane prima appena della sua scomparsa e un mese prima della data di pubblicazione programmata, anticipata rispetto al marzo 2012. Alla sua morte, i preordini del libro sono schizzati del 54.000 per cento. Quando Isaacson ha chiesto a Jobs perché avesse scelto proprio lui per scrivere la sua biografia autorizzata, il guru della Apple gli risposto che lui era «bravo a far parlare le persone». Isaacson, già direttore della rivista ‘Time’ e presidente della CNN, aveva dichiarato di essere piacevolmente sorpreso, forse perché le sue due biografie precedenti – accolte con successo – riguardavano uomini che potevano parlare solo dalla tomba: Benjamin Franklin e Albert Einstein.

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