Caro polizze: che fare?

di Mino De Rigo

 Tema sempre caldo nel contesto delle flotte aziendali in virtù del loro peso sull’economia di gestione, le polizze auto sono più che mai sotto le luci dei riflettori. Per i fleet manager si tratta di fronteggiare gli ulteriori rialzi dei premi. E soprattutto di trovare nuove strade per garantire la continuità del servizio e l’adeguatezza delle coperture, evitando pericolose derive, a partire dall’esplosione dei costi.

 É vero che per l’industria delle assicurazioni il ramo auto risulta complessivamente in perdita, seppure i premi in Italia appaiano pressoché doppi rispetto a Francia, Germania e Spagna. Ma è altrettanto certo che al lieve aumento del costo medio dei sinistri lamentato dalle compagnie oggi si contrappone una progressiva diminuzione della loro frequenza e soprattutto il calo del numero degli incidenti gravi.

Meno sinistri
Il nuovo codice della strada sta facendo la sua parte, come pure l’aumento del costo dei carburanti, che porta a ridurre le percorrenze; ora anche l’introduzione di nuove tabelle uguali in tutta Italia per la valutazione dei risarcimenti in caso di danno biologico potrà dare un contributo significativo: si stima infatti che grazie a questi fattori la sforbiciata agli indennizzi giungerà fino al 40%. Ciononostante parecchie imprese assicurative rinunciano al business dell’auto, svincolandosi innanzitutto dai clienti flotte: rischi “cattivi”, spiegano, in costante aumento rispetto ai rischi “buoni”, e inoltre un rapporto tra sinistri e premi non più soddisfacente. In altre parole, ai clienti fidelizzati (di medio e lungo periodo) si associa la possibilità di compensare l’andamento negativo di un anno grazie alla redditività del passato; non così per gli altri, come le aziende che si rivolgono di preferenza ai broker, il cui compito è infatti di spuntare il premio più basso a parità di garanzie, cambiando compagnia all’occorrenza e scegliendo compagnie alternative, che peraltro sul mercato non mancano, specie tra le realtà più piccole e determinate, per ragioni di budget, ad aumentare in fretta il loro giro d’affari.

Ai fleet manager le imprese assicurative chiedono non solo di sistematizzare i controlli sui propri driver, spingendoli al contempo a comportamenti più virtuosi, ma anche di condividere i rischi connessi all’incidentalità, sempre più spesso nel quadro di una partnership, del tutto fiduciaria e stretta come mai finora.Le polizze di assicurazione costano sempre di più. I sinistri calano ma i premi salgono e anche per le flotte le coperture assicurative assumono sempre più il carattere di un salasso. Mentre non pare vi sia nulla da fare per la RCAuto che è obbligatoria, per le altre coperture (incendio, furto, kasko, eccetra) aumenta l’interesse per l’autoasicurazione.

Penali per i driver
Per responsabilizzare gli assegnatari delle vetture aziendali, niente di meglio per le compagnie dell’applicazione di penali: alleggerire il portafoglio resta sempre il metodo più convincente per spingere a usare la diligenza del buon padre di famiglia nonché ad adottare uno stile di guida appropriato. E lo stesso vale per gli autisti professionali, tra i quali le aziende di trasporto dovrebbero, secondo i desiderata delle compagnie, selezionare i più affidabili.

L’intero meccanismo, spiegano le compagnie assicurative, sta in piedi soltanto se i vantaggi sono reciproci: ossia, niente più perdite ascritte soltanto a una parte. La partnership può prendere forma in questo modo: se al termine dell’esercizio annuale la sinistrosità è rimasta sotto una data soglia l’impresa assicurativa potrà riconoscere al gestore della flotta un incentivo, viceversa se l’incidentalità è cresciuta sarà quest’ultimo a integrare, a consuntivo, il premio già versato. Com’è ovvio, si presuppongono chiarezza e trasparenza reciproca e soprattutto metodiche condivise che non possano dare adito a contestazioni sui calcoli effettuati. Una partnership più stretta dovrebbe anche contribuire a ovviare alle difficoltà create dall’introduzione dell’indennizzo diretto la cui tempistica spesso risulta troppo stretta per consentire il completamento dell’iter procedurale connesso al sinistro, specie quando la flotta aziendale è in noleggio o in full leasing.

Le alternative
Per le aziende che alla flotta provvedono da sé senza ricorrere all’outsourcing il caro polizza può imporre la necessità di ampliare ulteriormente il discorso. Non v’è dubbio che le dimensioni del parco auto contino parecchio in termini di capacità contrattuale e, in questo caso, anche la cosiddetta autoassicurazione, per i danni da incendio e furto nonché per quelli causati dallo stesso assicurato (kasko), risulta spesso un’alternativa economicamente più vantaggiosa. Per le flotte più piccole, invece, probabilmente si tratterà sempre più di rendersi attraenti agli occhi della compagnia assicurativa, il cui obiettivo è la redditività, per riuscire a sottoscrivere una polizza alle condizioni che l’azienda si è prefissata. Ecco allora non solo l’opportunità di disporre di uno storico con l’andamento di dettaglio dei sinistri del parco vetture, indispensabile per un giudizio di merito, ma anche di essere disponibili ad ampliare le possibilità d’acquisto dei prodotti di assicurazione, mettendo sul tavolo della trattativa un vero e proprio pacchetto, così da proporsi come un cliente a tutto tondo. Tra le coperture che ne potrebbero fare parte, sia le garanzie accessorie tipicamente legate all’Rc auto e di norma poco onerose, come l’assistenza stradale e la tutela legale, voci senz’altro redditizie per le compagnie, sia prodotti come le polizze sanitarie dei dipendenti o piuttosto le coperture legate ai beni strumentali. Considerando le statistiche in materia, che registrano una sottoassicurazione piuttosto significativa per le piccole e medie imprese italiane, la strada potrebbe essere seguita con successo.

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L’esperienza di autoassicurazione di Hpi (Gilda Sanfelici)

Con una flotta di 26mila vetture distribuite nelle filiali di tutta Europa, 1.650 delle quali in Italia, Hpi Fleet & Mobility rappresenta un interessante esempio di car policy aziendale, laddove le notevoli dimensioni del parco, che pure impongono un’organizzazione solida e piuttosto articolata, permettono di contenere le dinamiche dei costi di esercizio. Ed è così anche per i premi di assicurazione, a seguito di un preciso indirizzo, determinato otto anni or sono, ed esteso a livello corporate fin dal principio. “Allora si è deciso – racconta Gilda Sanfelici, service manager della filiale italiana di Hpi – di eliminare dal canone dovuto alla società di leasing la voce relativa alle coperture assicurative. Per l’Rc auto ci si è rivolti a un broker e, al contempo, è stato sottoscritto un accordo quadro con una compagnia; per le coperture kasko e incendio e furto si è invece scelto di ‘autoassicurarsi’, ossia di rifondere i danni in proprio senza ricorrere alle coperture proposte sul mercato”. Una decisione, questa, frutto di un’analisi condotta sull’incidentalità della flotta e della successiva comparazione con il canone richiesto e altresì giustificata dalle economie di scala: “Da un lato si è assodata la convenienza economica, la stessa che peraltro spinge il fornitore a offrirci il servizio, dall’altro abbiamo messo in conto una più complessa attività di gestione per la copertura kasko, che impone perizie, indennizzi, il controllo della rete delle officine e carrozzerie convenzionate e pure il monitoraggio dei sinistri attivi”. Nel contesto di una simile car policy, l’affidabilità del network di manutenzione e riparazione appare di fondamentale importanza, come pure la capacità organizzativa, messa alla prova, fra l’altro, dall’indennizzo diretto: “Dobbiamo essere in grado di provvedere subito a tutte le riparazioni relative ai sinistri denunciati – dice Sanfelici – per non restare invischiati nel circolo vizioso delle compensazioni, che non coprono il danno reale. Peraltro, è determinante anche la politica di educazione dei driver, supportata dall’introduzione di penali risarcitorie in caso di sinistri ricorrenti”. Quanto infine al rapporto diretto con la compagnia assicurativa, “una maggiore trasparenza, in particolare sugli indici utilizzati per il calcolo dei premi, aiuterebbe a consolidare le buone relazioni nell’ottica della partnership di mutuo beneficio”.

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