451 parole: acqua, un diritto dell’uomo

di Andrea Segrè

Cosa rappresenta oggi l’acqua? Un bene dell’umanità, un bene comune o, semplicemente, il bene più prezioso che abbiamo e del quale noi stessi – gli uomini – siamo per lo più costituiti? O è “soltanto” un diritto umano indispensabile per il godimento pieno della vita, come recita una risoluzione dell’assemblea generale dell’Onu, approvata lo scorso luglio dopo anni di dibattiti.

Per gentile concessione della rivista multimediale di cultura “451”, pubblichiamo una sintesi dell’articolo di Andrea Segrè su un bene inestimabile: l’acqua. Il testo integrale dell’articolo è disponibile all’indirizzo www.451online.it.Eppure oltre 800 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile, mentre due miliardi e mezzo degli abitanti del pianeta vivono in condizioni igienico-sanitarie insufficienti. Eppure l’acqua vien sprecata, in tanti modi. Dal 1950 al 1990, l’aumento dei prelievi di acqua dolce ha tenuto una velocità doppia rispetto all’incremento della popolazione, mentre gli sprechi aumentano parallelamente al miglioramento delle condizioni di vita: noi europei consumiamo otto volte in più acqua di quanta ne utilizzavano i nostri nonni. Gli sprechi, e non parliamo degli usi domestici, potrebbero essere evitati, visto che solo il 55% dei prelievi è realmente consumato mentre il 45% va perso: un mare. Persino nei bagni degli alberghi delle zone più ricche del globo scrivono “l’acqua è un bene prezioso, non sprecarla!!”. Ma restano solo buone intenzioni.
Ogni anno quasi 2 milioni di bambini muoiono per la mancanza di accesso a fonti pulite e all’uso di acqua proveniente da canali di scolo, fossi o ruscelli spesso infettati da agenti patogeni. Milioni di donne e di bambine sono costrette a spendere molte ore della loro giornata a prelevare e trasportare l’acqua, limitando le loro opportunità di scelta. E le malattie infettive diffuse attraverso l’acqua rallentano le azioni che vorrebbero ridurre la povertà e incentivare la crescita economica nei Paesi più poveri del mondo. Non avere accesso ad acqua pulita risulta spesso essere un eufemismo per indicare una situazione di privazione radicale.
Entro il 2025, 1,8 miliardi di persone vivranno in Paesi o regioni con assoluta scarsità d’acqua e due terzi della popolazione mondiale potrebbero vivere in condizioni di stress idrico. Entro il 2030, con l’attuale scenario dei cambiamenti climatici, quasi metà della popolazione mondiale vivrà in zone di alto stress idrico. Inoltre, la scarsità di acqua in alcune zone aride e semi-aride sposterà tra i 24 e i 700 milioni di persone.
Anche in Italia l’approvvigionamento idrico a fini irrigui è una questione di vitale importanza per l’agricoltura, e impiega circa la metà delle risorse idriche totali, ed inoltre siamo campioni nelle perdite: 34% dell’acqua immessa nella rete idrica nazionale, ben più del 50% nelle regioni meridionali. Mentre il divario rispetto all’accesso all’acqua aumenta sempre più la grande disuguaglianza planetaria, l’unica azione che si compie diffusamente è parlarne. Del resto l’acqua è un elemento costitutivo della vita del nostro pianeta e degli esseri che lo abitano e la sua essenzialità è universalmente riconosciuta. Ciononostante non compare nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (adottata dalle Nazioni Unite nel 1948). Nel 1977, in occasione della prima grande conferenza delle Nazioni Unite sull’acqua, i Governi avevano scritto che «l’acqua è un diritto dell’uomo e dell’umanità», ma a L’Aja nel 2000 hanno fatto un piccolissimo cambiamento del quale potremmo non accorgerci, in un discorso così lungo, e hanno scritto che «l’acqua è un bisogno dell’uomo». C’è qualche differenza? Enorme, perché un diritto è per sua natura inalienabile, un bisogno no. Un bisogno può essere messo in commercio, avere un prezzo. C’è chi non è più costretto a darti l’acqua, ma c’è anche chi può vendertela.
Che fare dunque? Si dovrebbe intanto cambiare una mentalità e un’organizzazione che si sono formate quando si riteneva che l’acqua fosse una risorsa illimitata (come l’aria) e quindi priva di valore. Il che non è più. Efficienza e risparmio sono le parole-azioni chiave per questo cambiamento. Dobbiamo diminuire la nostra impronta idrica (water footprint) ovvero l’acqua direttamente utilizzata da un cittadino e quella impiegata a fini agricoli e industriali. L’impronta idrica statunitense è molto alta: 2.480 metri cubi pro capite in un anno, in Italia siamo poco sotto questo dato. Ma soprattutto dovremo fare qualcosa per modificare i nostri stili di vita e di consumo, orientandoli verso una maggiore consapevolezza e responsabilità. Insomma, quando usiamo l’acqua pensiamo sempre che una goccia più una goccia fa semplicemente una goccia più grande. Che non va sprecata.

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